- Perchè dovrei spendere tutti quei soldi e per farti curare? Proprio a te poi, che te ne stai sempre rintanato e non vedi mai il sole ...
- Perchè io VALGO. - Rispose l'alluce
E poi magari piove …
Guardo fuori dal finestrino e m’immagino i miei occhi, avete presente gli occhi di chi guarda fuori dal finestrino di un treno in corsa? A scatti inseguono il paesaggio, la velocità del treno è maggiore di quella che impiego a mettere per fuoco le cose che mi passano davanti, così loro sono costretti ad inseguire, annaspando, il prossimo fotogramma. Penso che non saprei come fermarli se non con stupidi trucchi come fissare una macchiolina a scelta sul vetro, mandando in secondo piano il paesaggio. Non me vale la pena, son cose buone solo per le scommesse da viaggio quelle. Meglio distogliere lo sguardo allora, mi sembra indelicato fare un viaggio in treno e lasciare il mio sguardo ad arrancare lì fuori.
Penso a mio nonno, di recente m'ha detto che l'occhio in movimento non vede. Ovviamente la prima, infantile, cosa che ho fatto è stata voltarmi di scatto. In una e-mail carina ricevuta da qualche amico qualche tempo fa c'era scritto che nessuno è in grado di leccarsi un gomito e che tutte le persone subito dopo averlo letto provano a leccarsi un gomito. Ovviamente aveva ragione, mio nonno. Il fulmineo gesto di riprova però non era nato per scetticismo, piuttosto per la meraviglia di avere una cosa lì vicina, addosso, dentro e non conoscerla, proprio come il fatto di non potersi leccare un gomito e tanto altro ancora.
E' terribile il pensiero di poter crepare da un giorno all'altro e non averle mai sapute ‘ste cose, ti mette in guardia. Che grandezze vogliamo scoprire se poi non sappiamo vedere nemmeno cose tanto piccole e vicine? Ancora ... quante altre cose ho intorno, addosso, dentro e nemmeno lo so? E quante di queste non le saprò mai?
Questo treno non è proprio un treno, assomiglia più ad un salotto viaggiante. Qualche stiloso designer o un architetto ikea riciclato, ha pensato bene di sistemare due graziosi divanetti, ognuno diviso in tre posti dai soliti braccioli di gomma; messi di traverso alla fine di ogni vagone, proprio dove questo s’attacca al successivo. Sono scomodi come poche altre cose al mondo, però rendono l'ambiente un pò più "familiare".
Non so perchè ma mi capita poi di pensare alla fine, anzi lo so perché, è solo uno dei miei fantasmi. Oramai lo conosco, per conviverci mi basta non incrociarne lo sguardo, ma ovviamente la privazione è sempre anche tentazione. Tempo addietro ho logorato la mia anima nel chiedermi come si possa accettare di smettere di esistere. Esula da ciò che conosco e anche da ciò che immagino. Credo che la gente sia felice finchè non ci pensa, finche riesce a evitare di farlo, perchè poi quando si squarcia quel velo lo scheletro non puoi più ricoprirlo e qualcosa dentro, inevitabilmente, si rompe. Ed è per sempre.
Beh in questo salottino oggi ho pensato, o forse immaginato, che un modo potrebbe esserci, smettere di essere "uno" e diventare "parte". Confondersi, mischiarsi, perdersi. Col mondo, con la gente. Sentirsi parte di tutto ed in ogni cosa riscoprirsi per intero. Perdersi, mischiarsi, confondersi. Come lanciarsi sotto la pioggia senza riparo e sentirsi felici, qualcuno suggerisce. Chi non l'ha mai fatto? E' geniale, semplicemente geniale. Ti riempie di quella felicità vera. Quella che non ha bisogno neanche di motivi, che “è senza regole viene e va”.
Scommetto che domani o anche stasera stesso mi rimangerò tutto. Intanto ho ripreso a scrivere, continuerò? Forse. Comunque sempre annaspando, ma almeno mi godrò il panorama. Ora torno al mio finestrino. L’altro.
Leuconoe - Esperienza #5
Il testo dovrà essere ispirato a questa immagine [ goccia ] e contenere all'interno la frase:
"-Hai aspettato molto?
-Tutta la vita."
(dialogo tra Deborah e Noodles in C'era una volta in America, di Sergio Leone)
Il ragno panciuto se ne stava sul bordo dello scrigno, ben piantato sulle quattro zampe posteriori. Roteando velocemente le altre quattro modellava la sfera che andava ingrandendosi man mano che la tela, fuoriuscendo dal suo addome, vi confluiva. Una volta raggiunta la dimensione prestabilita tranciava di netto il filo e sporgeva la sua opera in avanti, tenendola ben salda, la farfalla con tre rapidi battiti lasciava cadere dalle ali una sottilissima polverina che al contatto con la tela si cristallizzava, tramutando l’ammasso di seta in una perla. Il ragno allora, spingendo sulle zampe posteriori lanciava il suo tesoro nello scrigno quasi colmo e la nuova perla andava a confondersi con i miliardi di altre, tutte identiche, con un “pluff” che lasciava spazio a seri dubbi sulla reale consistenza della stessa. Fatto ciò, il lavoro ricominciava da capo: una nuova sfera, tre battiti di ali ed una tintinnante caduta. La catena di montaggio procedeva spedita al ritmo cadenzato di cinque perle al minuto, cinque tintinnii equidistanti.
Lei se ne stava seduta sulla sua sedia in ferro battuto nel suo vestito primaverile rosa. Il giorno era estremamente luminoso ma a cercare il sole in cielo non lo si trovava. Dall’altro lato del giardino una nuvola stazionava bassa sul prato e i bambini ne staccavano soffici pezzi da mangiare, come zucchero filato.
- Latte o limone Madame?
- Miele.
- Come desidera … - Rispose lui, immergendo il cucchiaino nel vasetto colmo di dolcezza per poi agitarlo nella tazza fumante.
- Per chi sono?
- Prego Madame?
- Le perle. Per chi sono?
- Per lei, tra tre settimane il forziere sarà pieno. Le ho promesso tante perle quante sono le stelle che può contare in cielo.
- Hai aspettato molto?
- Tutta la vita.
- E se invece restassi qui?
- Prego Madame?
- E se invece restassi qui. Con me. - Chiese lei con la voce e con gli occhi.
I due minuscoli operai si bloccarono di colpo e si guardarono, in preda ad un sussulto di terrore.
- Devo andare. - rispose lui non guardandola.
Il ragno si rimise freneticamente al lavoro, cercando di recuperare l’attimo perso. Il ticchettio delle perle nel forziere, cinque ogni secondo, riprese regolare.
- Vuoi farmi diventare pazzo? Lo senti quel cazzo di rubinetto? … Hey! Ma mi senti? Ti sei imbambolata?
- Come scusa?
- Il rubinetto perdio! Non senti che gocciola?! Questa cucina è un letamaio … Quando hai intenzione di togliere questa merda di mezzo? - Disse lui toccandosi il culo per aggiustarsi gli slip. - Quando torno voglio trovare tutto in ordine. Ci siamo intesi? Ah .. non aspettarmi, dopo il lavoro ho degli affari da sbrigare. – Uscì dalla cucina. Mentre percorreva il corridoio urlò ancora – Il mio cestino del pranzo! Cazzo non t’avevo detto di pulirlo? Posso mai andarmene in giro con questo schifo?! -
- Ficcatelo su per il culo. - Disse lei senza rabbia. Si strinse nel golfino rosso e riprese a guardare in nessun posto.


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Ci son notti che calano silenziose sulla città e se ne impossessano immobilizzando spazio, tempo e pensieri. Ci sono bolle di luce sparse qua e la che nn si lasciano permeare, compartimenti stagno di attività frenetica, rimaste impigliate in qualche incavo mentre il resto della vita scorreva via, ritirnandosi dalla città. Ad isolare questi microcosmi dal vuoto esterno non è che una sottile quanto fragile membrana di vetro che separa un mondo il cui il tempo è tanto fermo da scomparire, da uno in cui il tempo scorre tanto velocemente da scomparire. Chissà se non è proprio questo equilibrio a non far esplodere in frantumila la sottile lastra trasparente.
Il tempo necessario per portare a termine un lavoro, qualunque esso sia, si dilata fino al raggiungere il tempo massimo che hai a disposizione. E' una legge fisica in quanto empiricamente osservabile. Quando quel tempo si avvicina se vuoi arrivare alla tua meta sai che devi andare avanti in apnea e, senza guardare avanti nè dietro, correre, correre disperatamente. In notti così è tutto più facile perchè se il tuo pensiero sfugge a quella membrana si discioglie immediatamente nel vuoto.
Nonostante il logorio di giorni e notti insonni di lavoro ininterrotto manteneva un aspetto elegante e distinto. Se uno lo avesse visto il primo giorno di scuola e lo rivedesse oggi, dopo trent'anni, lo riconoscerebbe solo per quel modo di stare seduto e leggere. Era sempre stato così, a scuola, all'università e poi negli anni della gavetta squattrinata. Ci vuol poco a capire che così sarebbe stato anche nella sua vecchiaia, persino quella più arida e scomposta. A scuola i compagni sapevano riprodurlo alla perfezione. "Il vantaggio di avere degli imitatori è che alla fine essi operano una guarigione di te stesso" gli disse una volta un professore, ma lui alle beffe degli altri era insensibile, non intaccavano la sua costanza quasi inumana. C'è poco da fare se uno fa dello studio o del lavoro una questione di vita quasi sicuramente è perchè per lui è la vita, tentare di dissuaderlo sarebbe come impedirgli di respirare.
“Chissà che pensa quando scorre quei fogli, ma come fa?”. Si chiedeva lei. “Come fa a non pensare ad altro ... a rinunciare a vivere per il suo lavoro”. Restava incantata a guardarlo. Senza sapere perchè era affascinata dal mistero di tanta illogica dedizione. “Potrebbe fare tutto con meno scrupolo senza tanta ossessione, invece ... niente, ore febbrili senza sosta nè respiro”.
Ore ignare delle tracce di paradiso sul collo di lei, dei suoi capelli raccolti e del trucco impeccabile, della voglia ritrovata di essere bella per qualcuno. Quella voglia illogica che la spingeva ad essere il meglio che poteva ogni mattino e di correre lì, prima di tutti, per vederlo arrivare con la sua borsa in cuoio stretta sotto il braccio. Se l'avesse incontrato in un altro tempo, in un altro luogo, non si sarebbe minimamente curata di lui, ma il fatto di essere lì ad assistere alla massima opera del suo vivere la coinvolgeva. Era attratta da lui, dal mistero che portava, avrebbe sacrificato l'anima per toccare la sua e capire. O forse solo scoprire che lui è la persona più distante dal suo mondo, ma l'unico in grando di permettere al suo cuore di tornare a palpitare.